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Startup e assicurazioni in trincea contro l’odio online

Nuove soluzioni tecnologiche in campo per proteggere le vittime di hate speech, cyberbullismo e diffamazione in rete e aiutarle ad avere giustizia

È uno dei primi casi di coronavirus al Sud. La persona contagiata, arrivata in Calabria dal Lodigiano, si è comportata correttamente, segnalando la propria presenza alle autorità e sottoponendosi agli esami del caso, data la provenienza da un territorio a rischio. Tuttavia, prima che arrivi l’esito del tampone, tra chat di paese e blog locali cominciano a circolare nome e cognome dell’uomo, con tanto di collage (falsi) che ne accostano le generalità ad articoli importanti testate nazionali. Come a dire che certe informazioni sono di pubblico dominio. “Ha girato per le strade senza alcune protezione insieme alla moglie, anch’essa risultata positiva” – si legge in uno di questi testi – “mettendo a repentaglio la salute di tutta la popolazione”.

Viene diffuso persino l’indirizzo del presunto untore. Sugli schermi va in scena un processo social privo di qualsiasi garanzia, col rischio di un linciaggio.

Odio online: si tratta di un reato

L’Italia ha regole precise contro la diffamazione, ma la tecnologia viaggia più veloce: l’odio online pone problematiche giuridiche complesse da affrontare, specie perché molti dei gestori di servizi sono aziende estere. E spesso preferiscono aggiustare le cose attraverso i propri termini di servizio.

“Se l’hate speech online non è intrinsecamente diverso dall’hate speech espresso negli spazi offline” – conclude un report del centro studi Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa – “la natura della sfera online pone sfide uniche e peculiari che rendono difficile l’individuazione delle responsabilità, lo sviluppo di risposte legali adeguate e l’applicazione delle norme vigenti. Per questa ragione sono necessari approcci nuovi, che prendano in considerazione le peculiarità delle tecnologie digitali” .

A colmare i vuoti, nel frattempo, ci ha pensato la giurisprudenza, con decisioni che cominciano a costituire un corpus. Ormai è acclarato, chat di gruppo e social network sono da intendersi come pubblica piazza: ma, se per offendere basta un clic, difendersi, per le vittime, non è altrettanto semplice.

Arrivano le assicurazioni

Le assicurazioni hanno compreso la portata del tema, e da qualche tempo propongono coperture, di solito inscritte in pacchetti familiari. È il caso, per esempio, di Generali, che, avvalendosi della collaborazione di Informatici senza Frontiere, ha inoltre realizzato Bullictionary, un interessante (e istruttivo) dizionario delle parole usate dai bulli.

Anche Cattolica offre coperture specifiche per i casi di cyber bullismo e cyber mobbing. “Ci concentriamo su tre fronti”, spiega Enrico Presazzi, dell’ufficio stampa dell’azienda: “Innanzitutto, l’assistenza tecnica, sia per la valutazione della vulnerabilità del proprio device che per la rimozione da web e deepweb dei contenuti o file incriminati. In secondo luogo, la tutela legale, cioè la garanzia di ricevere assistenza da parte di un avvocato specializzato. Infine, l’assistenza psicologica, che si sostanzia nel rimborso delle sedute con uno specialista e in un servizio di supporto telefonico”.

E le tutele, sottolinea Presazzi, si estendono anche all’autore del reato: perché, anche se a nessuno piace ammetterlo, alle volte il bullo è in casa. E le conseguenze dei danni che causa gravano sulla famiglia.

C’è poi il tema della responsabilità aziendale. Ogni impresa dispone di spazi online sui social media che raramente sono una priorità per i dirigenti.  Queste pagine sono spesso affidate a consulenti esterni sottopagati, ma l’impatto di un errore può essere devastante dal punto di vista reputazionale ed esoso sul piano economico. Le polizze tradizionalmente sottoscritte dai media per tutelarsi dai danni si stanno, perciò, diffondendo anche in altri settori. Il mercato si sta sviluppando e nuovi prodotti sono allo studio per coprire quello che, più che mai, è diventato un bisogno comune.

Dalle assicurazioni alle startup

In questo variegato contesto stanno provando a inserirsi una serie di startup legaltech. “Se le rete è diventata così, è il momento di trovare delle soluzioni”, afferma Francesco Inguscio, amministratore delegato di Nuvolab e creatore di Cop – Chi odia paga, startup focalizzata sul risarcimento dei danni dell’odio online. “La nostra idea” – racconta – “è semplice: diminuire lo spread tra offesa e difesa utilizzando gli strumenti che l’intelligenza artificiale ci mette a disposizione”.

Chi è vittima di un crimine d’odio spesso è convinto che basti uno screenshot per denunciare. Non è così. Perché l’immagine abbia valore legale è necessario ricorrere a tecniche di ‘cristallizzazione della prova’ che servono a escludere manipolazioni via Photoshop. Il punto è che sono in pochi a saperlo, e molte querele finiscono archiviate per ragioni procedurali. Noi proviamo a dare una mano alle vittime nella fase di istruttoria: la palla, poi, passa agli avvocati e alla polizia postale”, dice Inguscio.

Il modello di business di questa startup si basa sull’interessamento delle assicurazioni. “Ci sono sette compagnie attive in Italia con polizze legate al cyber risk” – racconta Inguscio. “Tendenzialmente, oggi offrono copertura pagando studi legali e psicologi per fornire assistenza. Noi facciamo la stessa cosa a un decimo del costo”.

Cop sfrutta l’intelligenza artificiale, che con la supervisione di consulenti legali, ha analizzato 1.600 sentenze passate in giudicato e creato 90 cluster. In questo modo la startup ha una base dati per dare un immediato riscontro al cliente e dire se esistano o meno i presupposti per un’azione. Ma, dicono i dati, quasi nessuna di queste cause finisce in tribunale. “Secondo le nostre stime, solo tra il 3% e l’8% del totale. Di solito ci si mette d’accordo prima”, commenta il fondatore. E aggiunge: “Il codice deontologico forense ci impedisce di passare del lavoro agli avvocati. Per il momento ci limitiamo a suggerire al cliente se, dal nostro punto di vista, ha senso pensare di muoversi e in che termini”.

La startup, che ha incassato il patrocinio dell’Ordine degli avvocati di Milano, ha appena lanciato la versione ufficiale della sua piattaforma (con strumenti per legalizzare la prova digitale, deindicizzare o rimuovere in automatico le offese e inviare diffide online). E sta anche lavorando a soluzioni per non intasare gli uffici pubblici e su funzioni di crowdfunding. Le vittime che hanno beneficiato del servizio possono donare per sostenere altri che in futuro potrebbero avere bisogno di assistenza.

Il ruolo dell’educazione

La lotta contro il cyberbullismo passa anche dalla formazione. È il modello di Kaitiaki, startup di Udine che produce un software in grado di analizzare i social media dei minori alla ricerca di tracce di abuso, pedofilia, odio. L’intelligenza artificiale avverte gli adulti in caso di problemi. “Tutto avviene nel rispetto della privacy del ragazzo: mamma e papà non vedono assolutamente i suoi social” spiega l’ad Fabrizio Macchia.

In sostanza il software, quando rileva un comportamento anomalo, contestualizza il solo post incriminato, e consente di intervenire con cognizione di causa scaricando un report ricco di informazioni. Tracce che consentono, tra l’altro, di richiedere alla piattaforma l’immediata rimozione dell’offesa, sporgere denuncia alla polizia postale ed eventualmente intraprendere un’azione legale. Siamo anhe in grado di rilevare dimensioni come intensità, frequenza e ripetitività degli attacchi”, prosegue il manager. E questa funzione può essere applicata sia alle vittime, sia ai bulli stessi.

Il modello di business prevede un abbonamento mensile, con sconti per chi ha più figli. Il mercato? “Il target è ovviamente quello dagli 8 ai 18 anni, composto da 6 milioni e mezzo di ragazzi, di cui il 50% under 13. Del resto, le statistiche ormai indicano che lo smartphone arriva con la prima comunione”.

Kaitiaki si rivolge anche alle scuole. Tramite la piattaforma, l’istituto può somministrare un questionario anonimo, a cui si affiancano una serie di lezioni interattive. Sulla base delle risposte e del monitoraggio di queste attività è possibile verificare il livello di rischio interno. Il report, che comprende una distribuzione per classi e fasce di età, viene inviato al preside. Il dirigente, a quel punto, potrà predisporre gli interventi educativi appropriati sulla base del coefficiente di rischio.

Legaltech: un mercato globale da 1 miliardo

Il mercato delle tecnologie applicate ai servizi giuridici è in espansione. E anche le startup italiane guardano all’estero. Cop nasce in sette lingue per essere pronta per il mercato americano.  Anche il modello di Kaitiaki può essere facilmente esportato. Le due società sono tra le 39 startup legaltech italiane censite finora  (fonte: Legal Tech Network ). Sarebbero 1.289 a livello mondiale (dati dell’università di Stanford), per un valore globale del comparto passato dagli 849 miliardi del 2017 agli oltre 1.000 attesi per il 2021. Le cifre includono sia studi legali che i team interni.

Facile intuire il potenziale di mercato per chi è in grado di innovare in questo settore semplificando procedure e burocrazie. E anche di aiutare il lavoro dei giganti del web, per cui l’analisi dei contenuti problematici è un costo crescente, in parallelo con la diffusione di una più profonda cultura digitale e della consapevolezza da parte delle vittime.

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